mercoledì 17 maggio 2017

Dolcetti di mandorle e curcuma per iniziare un percorso



Da pochi giorni sono stata nominata Rappresentante regionale per la Sardegna dell’Associazione Italiana Food Blogger (Aifb).
In questa veste il mio impegno per la promozione del territorio che tanto generosamente mi ospita sarà raddoppiato. Nel frattempo cercherò in ogni modo di far conoscere meglio Aifb e i suoi principi e di trasmettere a quante più persone possibile la mia idea del ruolo che un/una foodblogger può avere nell’ambito della comunicazione di un luogo, un prodotto, una specialità locale. 
E questo cercando di toccare più ambiti possibili: dalla materia prima alla comunicazione sui social potrei dire, anche se il campo è vasto e pieno di trappole! Cercherò di fare del mio meglio comunque. Contateci.

Il primissimo tassello di questo progetto è stata la degustazione organizzata sabato 13 maggio presso le Cantine 1SORSO di Leonardo Bagella a Sorso (Sassari), delle quali ho parlato in un precedente post. Cannonau e Vermentino sono stati abbinati a formaggi e salumi locali, nonché a una deliziosa salsa di ruchetta selvatica e a uno strepitoso pane tradizionale fatto in casa con lievito madre. 

Il titolare ci ha spiegato i principi che animano la sua idea di “fare vino” e le caratteristiche del prodotto; io ho parlato ai presenti di Aifb e di alcune idee che desidero portare avanti come Rappresentante regionale, coinvolgendo quante più realtà produttive locali possibili. 

Abbiamo concluso la serata con un bicchiere di delizioso Moscato di Sorso  abbinato con alcuni dolci proposti da me. Poiché i biscottini di mandorle sono stati molto apprezzati e molti presenti ne hanno richiesto la ricetta, ho pensato di ri-pubblicarla. Si tratta infatti di una ricetta semplicissima, già sperimentata in altre occasioni.


Per 60 (o più) biscottini

450 g di mandorle sgusciate e spellate
200 g di zucchero bianco
250 g di zucchero di canna
6 albumi
45 g di curcuma
15 o più mezze mandorle (spellate o meno secondo i gusti)
15 o più mezze nocciole tostate e spellate
15 o più pinoli
granella di pistacchi al naturale
sale fino
acqua di fiori d’arancio



Inserire i 450 grammi di mandorle nel bicchiere del mixer, azionare a scatti. Quando saranno frantumate aggiungere i due tipi di zucchero e far ripartire le lame fino a ottenere un composto fine e omogeneo. Infine aggiungere la curcuma e accertarsi che si mescoli bene.

Rovesciare il composto in una ciotola capiente. Versare gli albumi nello stesso bicchiere del mixer e azionare alla velocità minima fino a che cominceranno a essere spumosi, ma non montati. Per farlo, aggiungere un pizzico di sale fino.

Aggiungere gli albumi alla massa di mandorle e zucchero e lavorare con un cucchiaio fino al completo assorbimento. Lasciar riposare una decina di minuti.

Nel frattempo accendere il forno in modalità ventilata e portarlo a 180°. Rivestire almeno due placche con cartaforno (probabilmente dovrete fare due infornate, quindi organizzatevi di conseguenza).

In una ciotolina versare acqua fresca e acqua di fiori d’arancio a piacere.

Aiutandosi con due cucchiaini da tè, prendere piccole quantità di impasto e disporle distanziate sulle placche rivestite di carta. Bagnare la punta delle dita di acqua mista ad acqua di fiori d’arancio e modellare i mucchietti di impasto, dando loro una forma regolare, tonda o allungata.

Decorare ogni biscotto con le mezze mandorle, le mezze nocciole, i pinoli o un pizzico di granella di pistacchi premendo leggermente perché la frutta secca aderisca all’impasto.

Infornare per 9 minuti a 180°. Estrarre le placche e attendere un paio di minuti, quindi, con una spatolina, staccare i biscotti dalla placca e metterli a raffreddare su una griglia.

Se serve procedere con la seconda infornata.

Lasciar raffreddare completamente i biscottini prima di maneggiarli. Si conservano anche per un paio di giorni in un recipiente ben chiuso, ma sono perfetti gustati dopo poche ore.  



mercoledì 10 maggio 2017

Un piccolo dessert alle fragole

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Un dessert di stagione che si prepara praticamente da solo. Pochissimo da fare, se non avere a disposizione pochi – ma buoni – ingredienti. 

Le fragole: che non siano acquose, ma dolci, mature e saporite. La ricotta: che sia di pecora e freschissima. I savoiardi (o biscottos sardi): che siano fatti come si deve, ovvero solo semola, uova e zucchero. L’abbamele (o abbattu): che sia ... beh, questo dev’essere fatto in Sardegna, c’è poco da fare. 
Si tratta di un derivato della lavorazione dei favi e del miele. Dopo aver provveduto alla smielatura (raccolta del miele) i favi vengono immersi in un recipiente con acqua ben calda; la cera residua e il polline affiorano subito e possono essere raccolti. L’acqua calda, con il miele rimasto ormai sciolto, viene filtrata utilizzando dei teli puliti e fatta sobbollire. Mescolando, eliminando accuratamente le eventuali impurità affioranti e aggiungendo a volte scorza d’arancia o di altro agrume, l’abbamele si concentra sempre più prendendo un bel color caramello scuro e una consistenza sciropposa. Il sapore va provato: non è dolce, ma nemmeno amaro (lo so, è vago, ma...) e varia a seconda del miele di partenza. 
Se è miele di cardo o di cisto sembra davvero di sentire sulla lingua l’aria dell’isola.



Per 1 porzione (quindi moltiplicate per quanti amici invitate)

1 savoiardo
8 fragole di medie dimensioni
1 cucchiaio da minestra di ricotta di pecora
1 cucchiaino da tè di abbamele
1 cucchiaino da tè di zucchero di canna
pochissima acqua (circa 1 cucchiaio)

Tagliare il savoiardo in due, pareggiare le estremità e raccogliere le briciole.

Setacciare la ricotta, aggiungere le briciole di biscotto e l’abbamele, lavorare per ottenere una crema. Sistemare la ricotta sulla parte piana di uno dei due mezzi biscotti e chiudere con l’altro “tipo panino”. Riporre al fresco.

Lavare le fragole, mondarle e ridurle a pezzetti, tutte meno una. Raccoglierle in un pentolino antiaderente, aggiungere lo zucchero di canna e l’acqua e cuocere fino a che non saranno disfatte. Setacciarle per ottenere una salsina fluida e liscia e lasciarle raffreddare.



Affettare in modo regolare la fragola rimasta.


Sistemare il panino di savoiardi e ricotta su un piattino, irrorare con la salsina di fragola e completare con la fragola affettata.

Servire subito.




giovedì 4 maggio 2017

Un sorso (e anche più di uno...) da 1SORSO

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Ho sempre trovato molto rilassante il panorama di colline ricoperte di vigneti. Dal Piemonte alla Liguria, dalla Toscana alle Marche alle numerose regioni vinicole francesi, non riesco a pensare a espressione più armonica dell’incontro tra natura e cultura. Le colline della zona di Tres Montes, a due passi da Sassari, nel territorio del comune di Sorso, non fanno eccezione.

Lo scorso sabato ho avuto la possibilità di visitare una giovane azienda vinicola, che, un po’ per amore dei giochi di parole e un po’ per quello della semplicità, si chiama 1SORSO e alleva le sue piante di uva Cannonau, Vermentino e Cagnulari proprio in questa zona.



La giornata era ottima: uno splendido cielo azzurro-primavera, una temperatura già quasi estiva ma mitigata da una brezza fresca, uno sfavillante mare blu all’orizzonte, il tipico profumo-di-Sardegna nell’aria. E, a rendere il quadro ancora più perfetto, il verde tenero e brillante delle foglie di vite, i richiami degli animali, il fiorire disordinato (no, non disordinato: naturale) di fiori ed erbe di stagione e... il mio piccolo cane libero, felice e saltellante.



Siamo partiti dalla Cantina, poco fuori l’abitato di Sorso, e siamo saliti in collina in fuoristrada con i titolari Leonardo Bagella e il figlio Mario. Mario ci ha guidato, con l’entusiasmo della giovane età e la competenza di una laurea in agronomia, alla scoperta del territorio e delle particolarità dei loro metodi di allevamento delle vigne. La loro idea – che io sposo in pieno d’istinto, per amore del bello più che per competenza in materia – è quella di minimizzare i trattamenti antiparassitari alle piante, di non irrigare e di lasciare il terreno allo stato naturale, senza arare e senza estirpare le erbe spontanee. Questo serve sia per dirottare gli insetti nocivi su altre piante, sia per evitare che il terreno si asciughi o dilavi in caso di pioggia e vento (immancabile nelle nostre zone). In questo modo si preserva il giusto equilibrio ambientale e si mantiene la biodiversità locale.





Lo scopo non è solo avere un panorama bello e armonioso, ma anche ricadute positive dal punto di vista del vino. Sì, perché l’uva – in particolare la buccia – prodotta da queste piante è più ricca di polifenoli e antociani di quella prodotta con metodo “tradizionale”. Questo in virtù dello scambio di sostanze nutritive con le erbe spontanee e della protezione che un ambiente sano garantisce alla vigna. Le proprietà si trasferiscono al vino, in particolare a quello rosso, il Cannonau, che è comunque già da tempo consigliato come complemento alla dieta mediterranea. Trovo che sia fantastico sorseggiare un buon bicchiere di vino sapendo che ci fa anche bene! A questo proposito la Cantina 1SORSO ha avviato una collaborazione sia con l'Università di Sassari per gli studi in vigna sul Cannonau sia una collaborazione con l'Università di Bologna per gli studi sul vino. Leggeremo con interesse i risultati appena saranno pubblicati.

Non ci siamo limitati a parlare di uva; abbiamo fatto incontri; assaggiato erbe spontanee edibili che crescono solo ed esclusivamente sul terreno calcareo tipico di queste colline (Atriplex halimus L.); sognato di progetti futuri che vanno dall’ospitare famiglie di api ad aprire un centro di accoglienza turistica tra le vigne, dal tracciare sentieri percorribili a piedi o in bicicletta, fino a recuperare alberi da frutta di antiche varietà che possano aggiungere bello al bello.








E non ci siamo nemmeno limitati a parlare! Dopo aver raggiunto di nuovo la Cantina, dove ci attendevano il resto della famiglia Bagella e alcuni altri amici, ci siamo seriamente impegnati negli assaggi. Vermentino e Cannonau 1SORSO (identiche la bottiglia e l’etichetta, che varia solo per un quadratino colorato) degustati in un ambiente accogliente, arredato in modo semplice e originale. Sul tavolo un ottimo formaggio pecorino, un salume locale e il pane di Sorso, rinomato per la sua bontà e per l’accuratezza della lavorazione tradizionale (lievito madre, of course).





Una degustazione che vogliamo ripetere al più presto, coinvolgendo altri amici e con qualche ricetta dell’Orata Spensierata, magari includendo anche il Moscato della Cantina 1SORSO, che verrà vendemmiato per la prima volta nel 2017 e commercializzato a partire dall’anno seguente.



mercoledì 26 aprile 2017

Esplorando le possibilità di un buffet palestinese: tabbouleh, foul, pita e tè alla menta


 

Pop Palestine Cuisine. Viaggio nella cucina popolare palestinese, edito da Stampa Alternativa e illustrato dalle splendide foto di Alessandra Cinquemani, è stato una delle mie letture preferite del 2016.

L’ho sfogliato decine di volte, ho letto e riletto le descrizioni dei piatti, valutato le mie possibilità di riproporli con successo, cercato di capire se potevo procurarmi tutti gli ingredienti. Ma, intanto, rileggevo anche la storia. Perché Pop Palestine non è un banale libro di ricette che può fare bella figura nella biblioteca di una foodblogger, ma, come suggerisce il titolo, è un viaggio. Viaggio che Alessandra, Armando, Fidaa, Silvia e Stefano hanno fatto attraverso la Palestina di oggi, con occhi bene aperti e disponibilità all’incontro.

E nel libro ci sono anche Abed con i suoi dolcetti e un viso pieno di fiducia; Aziza, pratica madre di famiglia orgogliosa di aver mandato per il mondo figli in gamba; Nawàl, donna giovane e bella che coltiva bambini ed erbe aromatiche. Ci sono Zarife e Aida che non sanno solo (si fa per dire) cucinare, ma portano avanti l’importantissima tradizione del ricamo. E poi c’è Joseph, cuoco professionista e appassionato, oltre che discreto corista; c’è Mohammed che frigge falafel fin da bambino e ci sono gli artigiani del pane, dei dolci, del formaggio e persino della birra. E poi c’è Majd, esperta di cucina di mare.

Da tutti loro e dalle esperte mani di Fidaa viene il cibo tradizionale palestinese, interpretato secondo precetti religiosi, usanze di famiglia e qualche concessione alla creatività. Una cucina che, da sempre, deve fare i conti con un territorio naturalmente difficile e non proprio generoso, ma che da troppo, troppo tempo deve tener conto di difficoltà che di “naturale” non hanno nulla.

L’occasione per realizzare – finalmente! – alcune ricette di questo libro è stata l’invito all’Orata Spensierata a provare a realizzare un piatto palestinese, fotografarlo e diffondere la fotografia sui social, invito arrivato direttamente dallo staff di Pop Palestine Cuisine.

Ho deciso quindi che non avrei inventato nulla, ma avrei seguito passo passo una ricetta del libro. Poi mi sono resa conto che non sapevo scegliere e quindi ho deciso per due ricette semplici, in bilico tra la fine dell’inverno (le fave secche) e l’inizio dell’estate (i cetrioli, che qui sono già disponibili) e ho allestito un piccolo buffet con tabbouleh e foul; ci ho aggiunto il pane, che non può mancare, e il tè alla menta.



Ecco come ho fatto per sfamare 4 persone:

Tabbouleh
(ricetta a pagina 63 del libro)

Ho versato 100 g di burgul fine (grano spezzato) in una ciotola e l’ho ricoperto con acqua, poi l’ho lasciato riposare per una quarantina di minuti. Ho ridotto 1 cetriolo, 1 cipolla media bionda e 2 manciate di pomodorini ben maturi in una dadolata molto fine. Ho tritato un bel mazzetto di prezzemolo dal mio terrazzo (ne sono molto orgogliosa!) con la mezzaluna, ma senza insistere troppo. 



Ho aggiungo al trito qualche foglia di menta  – sempre proveniente dal mio terrazzo – e poi ho riunito tutto in una insalatiera. Ho ripreso il bulgur, l’ho strizzato bene con le mani e ho aggiunto anche quello. Ho condito il tutto con un’emulsione di succo di 1 limone, 2 cucchiai di olio di oliva extravergine e un pizzico di sale. Ho mescolato bene e ho lasciato riposare coperto fino al momento del servizio.


Foul
(ricetta a pagina 229 del libro)

Ho messo in ammollo la sera prima 200 g di fave secche – fave sarde e buonissime – che ho poi scolato e messo a cuocere in acqua, senza aggiungere nulla, fino a che non sono state ben tenere. A quel punto le ho scolate conservando un po’ del liquido di cottura. Le ho schiacciate con la forchetta riducendole in una poltiglia che ho raccolto in un piatto. Io ho utilizzato fave con la buccia e non l’ho eliminata dopo la cottura, ma, se la buccia vi dà fastidio potete acquistare fave secche già sbucciate. Ho riunito nel mio bel mortaio di marmo 1 peperoncino secco, ½ cipolla bionda affettata, 1 grosso spicchio d’aglio, 1 pizzico di sale e ho cominciato a “pestellare”. 



Man mano ho aggiunto 5 cucchiai di olio extravergine di oliva e ho continuato a lavorare fino a che non ho avuto una crema ben omogenea. Ho aggiunto un po’ di acqua di cottura, ho versato sulle fave schiacciate e ho amalgamato bene il tutto. Ho completato il piatto con una spolverata di prezzemolo tritato e qualche foglia di menta.

Pita
(ricetta – con variante – a pagina 123 del libro)

Per il pane ho profuso tutto il mio impegno, perché, malgrado io mi affanni in cucina da qualcosa come trent’anni, non avevo mai fatto il pane in casa. Beh, non è stato difficile e, visti i buoni risultati, adesso lo rifarò spesso. Qui ho introdotto una piccola variante alla ricetta originale, utilizzando della semola di grano duro coltivato in Sardegna invece della farina di grano tenero prescritta. Immagino che non sia proprio la stessa cosa, ma... spero che i puristi mi perdoneranno. Ho sciolto 10 grammi di lievito di birra in pochissima acqua tiepida con un cucchiaino di miele di cardo. In una ciotola ho versato 2 tazze di semola (circa 500 grammi), una presa di sale e una di zucchero, 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva, 1 tazza di acqua tiepida. Ho aggiunto il lievito e ho lavorato gli ingredienti con le mani fino a che la massa ha smesso di essere appiccicosa. Ho formato una palla, l’ho coperta con uno strofinaccio e l’ho lasciata lievitare al caldo nella veranda per oltre un’ora. L’ho ripresa, l’ho sgonfiata rompendone la superficie, l’ho rimpastata. 



L’ho divisa in 15 parti con le quali ho formato delle palline, che poi ho steso sulla spianatoia di legno leggermente cosparsa di semola. Per la cottura ho adottato il metodo “in padella” anziché cuocere il pane in forno. Ho riscaldato una piccola e pratica padella di pietra e ho fatto cuocere ogni pane sul fondo per circa 3, 4 minuti per lato. I piccoli pani si sono gonfiati e poi sgonfiati, ma hanno mantenuto la morbidezza voluta e... un ottimo sapore.

Tè alla menta
(ricetta a pagina 68 del libro)

La menta del mio terrazzo è molto profumata: ne coltivo tre diverse varietà, ma la mia preferita è quella selvatica proveniente dalle sponde del lago di Gusana (Gavoi – Nuoro) che si è perfettamente ambientata e ha colonizzato due grossi vasi.



Ne ho raccolto un mazzetto e l’ho messa in infusione con 2 cucchiai di tè nero in foglie e molto zucchero di canna. Ho filtrato il liquido e l’ho versato in bicchierini di vetro, mantenendo il resto in caldo nella teiera.

Ecco dunque il mio contributo a questa iniziativa di Pop Palestine Cuisine. Di certo, ora che ho rotto il ghiaccio, proporrò presto altre ricette. Mi sono resa conto che, una volta procurati quegli ingredienti – principalmente spezie – non proprio usuali qui da noi, posso affrontare la preparazione di altri piatti molto interessanti. 



venerdì 21 aprile 2017

Un formaggio non comune, dal sapore deciso ma disponibile agli abbinamenti: la fresa



Più o meno nella fascia centrale della Sardegna, tra la provincia di Nuoro e quella di Oristano, si trovano le regioni storiche di Marghine, Planargia e Montiferru, Barigadu e Guilcer. Qui ci sono colline, un clima ottimo, poche precipitazioni ma giusta umidità e pascoli adatti sia alle pecore sia alle vacche.

È dal latte delle belle vacchette Bruno-Sarde e Sardo-Modicane allevate all’aperto prevalentemente in queste zone che si ricava la fresa. La fresa è uno dei pochissimi formaggi sardi vaccini adatto a essere consumato fresco, o con un breve periodo di stagionatura. In alcuni testi lo si paragona a uno stracchino per via della crosta sottile e della pasta molle.



Il latte deve essere lavorato intero e crudo; la coagulazione si ottiene sia con caglio liquido di vitello, sia con caglio in pasta di capretto. La cagliata si recupera per mezzo di teli e poi si lascia – solo temporaneamente – scolare in uno stampo.

Poco dopo il formaggio si toglie dallo stampo e si fa scivolare in teli, che vengono legati tipo fagotto utilizzando i quattro angoli. Si ottiene così una forma quadrata di più o meno di una ventina di centimetri di lato, spessa circa 5 centimetri, dagli spigoli arrotondati e sulla quale rimane evidente la trama del tessuto.

La consistenza è morbida e cremosa, il sapore... beh, il sapore va provato. Anche se la fresa si consuma “giovane” il sapore è intensissimo, leggermente acidulo, ma più che altro avvolgente e cremoso.

La produzione è generalmente casalinga e, di conseguenza, non è facile trovarla nemmeno nel banco dei formaggi dei migliori negozi di alimentari. Più facile è procurarsela mettendo in moto meccanismi di conoscenza e amicizia che sono il vero collante e motore delle comunità sarde. Anche per questo la fresa è davvero un formaggio che “parla sardo” e che è vera espressione del territorio.

Ho la fortuna di avere questi... agganci e quindi di assaggiare almeno una volta l’anno uno di questi stupefacenti formaggi. Anche se tradizione vuole che lo si prepari in autunno, quando il latte delle vacche è più denso dopo aver svezzato i vitelli (tanto che è noto anche come fresa de attunzu = di autunno), viene prodotto anche in primavera e non è meno buono. 



Quello che vedete in foto sta dando il meglio di sé in questi giorni, fettina dopo fettina, abbinato a verdure croccanti come le carote crude tagliate a bastoncino, ma anche sporcato con un po’ di miele di corbezzolo o di abbamele, oppure puro e semplice, su un bel pezzo di pane pistoccu integrale. Oppure in un ardito matrimonio con le migliori fragole della stagione.  




giovedì 13 aprile 2017

Pasta doppio verde e doppia ricotta



Non servirebbe nemmeno compilare una ricetta, perché, in effetti, quello che serve per questo primo piatto è principalmente la primavera. Un tripudio di verde e di bianco, che sono i colori principali del risveglio dei campi in questa stagione. 

Qui ci sono il verde dei primi piselli e degli asparagi e il bianco della ricotta. Doppia. La ricotta cioè è sia fresca, sia mustia (ovvero conservata e affumicata) e rigorosamente di pecora. E più se ne mette meglio è, perché il sapore è semplicemente sublime. Per aggiungere verde al verde c’è anche una spolverata di pistacchi di Bronte. 

Non serve altro e l’esecuzione è assolutamente semplice.



Per due persone:

140 g di orecchiette di grano arso (o altra pasta corta)
1 tazza di piselli freschi sgusciati
6 asparagi coltivati piuttosto sottili
2 scalogni
ricotta fresca di pecora
ricotta mustia
3 cucchiai di olio extravergine di oliva
1 noce di burro
1 cucchiaio di pistacchi di Bronte
sale

Passare i pistacchi al mixer e tenerli da parte.

Mondare e affettare sottilmente lo scalogno e gli asparagi mantenendo intatte le punte.

Far scaldare in padella 2 cucchiai di olio e una noce di burro, unire lo scalogno e lasciarlo appassire a fuoco lento.

Aggiungere i piselli e gli asparagi e lasciar stufare a padella chiusa aggiungendo poca acqua solo se serve.

Preparare la pasta cuocendola in abbondante acqua salata.

Mescolare bene le due ricotte in una ciotola lavorandole con una forchetta e aggiungendo 1 cucchiaio d’olio.

Appena pronta, versare la pasta nella padella delle verdure, allontanare dal fuoco, aggiungere la ricotta e un mestolino di acqua di cottura e mescolare bene.



Sistemare sul piatto di portata o su singoli piatti e completare con una spolverata di pistacchi tritati. 



martedì 4 aprile 2017

Dalla bruschetta alla torta di pane, pomodori, carciofi e formaggio



Sono partita dall’idea di mettere in tavola due bruschette veloci, perché avevo del pane buono e dei pomodori locali sorprendentemente già ottimi malgrado la stagione. Poi ho pensato che potevo aggiungerci anche due carciofi, così per gradire. Poi mi sono resa conto che i carciofi sarebbero stati perfetti abbinati a due fette di un ottimo pecorino fresco che mi ha regalato un amico. Per non rinunciare a nulla ho messo tutto a strati in una tortiera.



Per 4 persone:

8 fette di pane “buono davvero”, come il civraxiu, o crivalzu, di Paulilatino (Oristano)
3 Carciofi spinosi di Sardegna Dop
2 manciate di pomodorini maturi tipo ciliegino
4 fette di pecorino fresco
1 spicchio d’aglio
olio extravergine di oliva
aceto di mele
sale

Rivestire una tortiera per crostate con carta da forno. Affettare il pane. Mondare i carciofi e affettarli sottilmente (gambo compreso) immergendoli via via in acqua con un cucchiaio di aceto di mele. Mondare i pomodori, ridurli in dadolata. Grattugiare lo spicchio d’aglio. Affettare il formaggio, privarlo della crosta, quindi ridurlo in piccoli pezzi.

Accendere il forno e portarlo a 200°

In una padella piuttosto fonda, o in un wok, scaldare tre cucchiai d’olio con l’aglio. Aggiungere i carciofi sciacquati e asciugati. Farli cuocere mescolando molto spesso (quasi continuamente) senza aggiungere acqua.

Emulsionare in un piatto fondo un paio di cucchiai di olio, un po’ di acqua e un pizzico di sale.

Sistemare le fette pane sul fondo della tortiera cercando di non lasciare spazi, quindi spennellarle con l’emulsione.

Distribuire i pomodori sul pane.

Quando i carciofi saranno cotti “al dente”, distribuirli in modo uniforme sopra i pomodori. Completare con il formaggio.



Infornare e cuocere giusto il tempo perché il formaggio si fonda e formi una crosticina delicata. Portare in tavola direttamente la tortiera e affettare al momento di servire.